IL CUORE AL DI LA’ DEL MALE

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L’INCONTRO

Credevo che sarebbe stato impossibile invece Edoardo, il mio vecchio compagno di scuola, da anni giornalista nella Capitale, da me rintracciato per l’occasione, è riuscito a farmi parlare ad una persona di cui ho seguito, di tanto in tanto, le vicende sui giornali e che, comunque, catturava il mio interesse e la mia attenzione.
-Sandro Berton da oggi è un uomo libero- leggevo nell’Agosto 2009 ed ora di fronte a me un uomo, un uomo, non un giovane, un uomo maturo, forse ha dieci anni meno di me, o poco più.
Ha i capelli brizzolati intorno ad un viso dai tratti regolari.
Mi sembra che gli occhi abbiano pagliuzze color nocciola, o forse color verdone.
Lui non può saperlo ma vedo sovrapporre un altro viso, un viso di bambino stagliato in un televisore in bianco e nero.
Lo sguardo del bambino è sognante, dolce, innocente; lui mi guarda e non comprende perché sono assorta e per qualche attimo neanche presente.
Allontano l’immagine sovrapposta come se pigiassi il telecomando di quel televisore in bianco e nero nella casa della mia giovinezza, lo guardo, cerco di capire se vi è crudeltà negli occhi, se vi è perversione; mi chiede perché io lo abbia cercato, perché mi sia interessata a lui, mi dice che il suo interesse è che gli altri non abbiano interesse per lui; mi dice che non si fida di nessuno e che la parola avvocato, in riferimento al mio lavoro, è come un incubo che si ripresenta.
Io voglio evitare una falsa impostazione del rapporto appena instaurato, gli dico, in maniera diretta e cruda, che neanche gli altri si fidano di lui perchè lui è stato condannato per crimini atroci e, persino, per una delle stragi più efferate mai compiute.
La risposta non è meditata, è immediata.
<< Io di questo non voglio parlare, capisco che chi mi ha condannato è più credibile di uno come me; non mi meraviglio che anche lei pensi che io sia colpevole di quella strage>>.
Io nulla rispondo a chi nulla può sapere dei miei pensieri al riguardo e soprattutto nulla deve sapere.
Poi gli chiedo: << Vorrei che lei mi parlasse di se stesso, anche di ciò che non si è scritto, anche di ciò che non si sa. Di lei si sa il male e del male si è scritto e si è parlato; mi parli di lei al di là del male>>.
Ha un moto di perplessità che io interpreto come se a suo parere, al di là del male, potesse esserci solo il nulla.
Però risponde: << Mi faccia capire, da dove comincio a parlare di me stesso ?>>.
La voce è greve, un guizzo amaro negli occhi intinti di nocciola o di verdone, l’espressione scrutatrice, attenta come dovesse soppesare le parole, stare attento anche con me a ciò che dice, come se anch’io potessi usare le sue parole contro di lui.
<< Da dove ricorda, dai primi ricordi che conserva, dal ricordo di chi era vicino a lei nei primi momenti in cui cominciava a rendersi conto di stare al mondo >>.
Gli rispondo in maniera che vuol essere rassicurante.

L’INFANZIA

Lui parla, io ascolto e mentre lui racconta io sento il rumore di un cavallo a dondolo, un rumore cadenzato, sommesso, attutito dalla moquette del pavimento; intorno una serie di peluche, sul lettino un pinocchio di legno.
La porta della cameretta si apre ed una giovane donna si avvicina, prende fra le braccia il bimbo sollevandolo dal cavallo a dondolo, gli accarezza i ricci biondi, siede sul letto con il bimbo fra le braccia.
<< Annina mi ha detto che sei stato bravo, lo diciamo a papà che giochi tanto col cavallo a dondolo che ti ha regalato>>.
Il piccolo sorride, accarezza la mamma.
Annina si affaccia alla porta. << Signora ci vediamo domani mattina. Ciao Sandrino, ciao >>.
La manina muove le dita in segno di saluto e poi ondeggia come quando alla stazione parte un treno ed un bimbo saluta dal finestrino.
Sul primo ricordo cala un sipario che rimane chiuso fino all’età di quattro anni quando entra in scena una suora un po’ severa ma affettuosa, presente in tutti gli anni della scuola materna ed elementare
Affiorano immagini di bimbi, di grembiulini rosa ed azzurri, ricordi di girotondi, di canzoni e poi di disegni di fate e di farfalle sulle pareti, ricordi di una cappella ove echeggiano voci di bimbi in preghiera, come cantilene, più un gioco collettivo che un modo di comunicare con Dio.
Lui continua a raccontare e dice che Sandro era un bimbo vivace, allegro, a tratti taciturno, diligente, disciplinato.
Aveva due amici del cuore, Marisa e Carletto; con loro giochi, merende, girotondi, canzoni.
Un giorno Sandro disse alla suora che la mamma doveva avere un altro bambino.
La suora sorrise e gli chiese se ne fosse contento
Lui abbassò gli occhi e disse di si.
Disse si.
La pancia della mamma era grande, grande; la mamma non giocava più accovacciata per terra insieme a lui.
Era spesso a letto e Sandro aveva paura che potesse non star bene come prima e aveva paura che potesse non amarlo più come prima.
A lui era piaciuto stare da solo con la mamma nelle sere d’inverno, prima che il papà arrivasse per la cena, a lui erano piaciute le lunghe passeggiate a Villa Borghese quando il pomeriggio, all’uscita dalla scuola materna, c’era la mamma e non Annina
Tutto ciò gli mancava,però mamma e papà lo coccolavano ancora di più e lo portavano, il sabato mattina, nei negozi per l’infanzia.
Era lui che sceglieva tante cose per il bambino, era lui che scelse due culle uguali quando il dottore disse alla mamma che sarebbero nati due bambini.
E poi scelse i nomi insieme a mamma e papà quando il papà raggiante lo prese all’uscita dalla scuola e lo portò nella clinica dove trovò sua madre a letto con i due neonati, uno a ciascun lato del corpo.
La mamma era bella, felice, lo abbracciò con l’amore che lui aveva temuto di perdere perché non poteva sapere che l’amore di una mamma non si perde mai, neanche se si perde la mamma o per morte o per altro
Cominciò un’altra parte della vita di bambino, una parte diversa; lui piccolo ometto aiutava la mamma e Annina, durante il bagno dei neonati, spingeva la carrozzina per le strade con le manine al centro mentre la mamma aveva mani sui lati e poi, a casa, faceva dondolare le culle, prima l’una, poi l’altra, quella rosa per Carolina, quella azzurra per Giacomo.
Gli anni passavano, le scene di una famiglia unita e serena si susseguivano.
I tre bimbi crescevano, giocavano, si volevano bene.
Sandro era un po’ escluso dal rapporto simbiotico che racchiude sempre i gemelli, ma lui era il più grande, aveva il suo mondo, la sua camera esclusiva mentre i due più piccoli condividevano un’altra cameretta.
Era libero nel fare i compiti, di ricevere i suoi piccoli amici.
I fratellini un po’ invadevano, un po’ disturbavano, ma l’affetto faceva tollerare.
Qualcosa cambiò nel rapporto fra Sandro ed i genitori perché lui un po’ si ritirò per dare spazio e tempo ai suoi fratelli.
Si abituò a parlare poco con i genitori, a tenere per sé ciò che accadeva a scuola, a non riferire qualche piccolo conflitto con i compagni, a non confidare certe paure per le interrogazioni o certe delusioni per un brutto voto.
Laconica la domanda del papà ogni sera durante la cena: << Tutto bene a scuola? >>.
Lui rispondeva.

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