IL PROFUMO DELLE ROSE GIALLE

Romanzo 1° classificato
Sezione Speciale Narrativa d’Autore,
al Concorso “Ssss, silenzio, parla la voce del cuore”
Accademia Francesco Petrarca, 2009

Talvolta la vita, a nostra insaputa, scrive pagine che noi potremmo non leggere mai…

 il-profumo-delle-rose-gialleCAPITOLO I

Le imposte semichiuse tentavano di sbarrare la calura di quel pomeriggio di fine luglio; Flora guardava la strada deserta, al di là del parco, in attesa della vettura.
Aveva preferito aspettare il taxi stando a casa,anche perché, se lo avesse aspettato avanti al cancello, avrebbe dovuto arginare le domande della vecchia custode della villa, sicuramente incuriosita dal fatto che Flora alle 15 di quel torrido pomeriggio aspettava un taxi.
Intanto l’auto sopraggiunse e Flora in maniera lesta e precisa, afferrò la borsetta e, prima di uscire dalla porta, sistemò l’abito di seta color pervinca e guardò le labbra colorate di rosa chiaro, come sempre.
Non amava più guardare la sua immagine e, in particolare, non amava lo sfondo grigio dell’iride, che, col tempo, sostituiva l’azzurro che prima c’era stato, sbiadendolo.
Del resto non amava più niente come una volta: quando il tempo prima di morire si accorcia di giorno in giorno, sempre più, tutto perde di significato e, anche i sentimenti stentano ad entrare nel cuore che si restringe come il tempo che rimane.
“Vado in Via Tasso 18” disse all’autista “Ho un appuntamento alle 15,30, arriveremo?” “Sicuramente” la tranquillizzò l’autista mentre procedeva per le strade vuote e silenziose.
Napoli era bella a tutte le ore, ma nei rari momenti senza traffico,somigliava alla città di tanti e tanti anni prima quando,finita la guerra, nei giovani era ripresa la voglia di sognare, di vivere, di amare.
Sulla via Caracciolo c’erano ancora le rotaie del tram e di lì a poco l’auto sarebbe passata avanti al bar Vittoria, vicino alla fermata di Chiaia e lei avrebbe visto l’immagine di Vinicio seduto al tavolino.
Lo avrebbe rivisto come era il primo giorno, quando lei scese dal tram quel lunedì di maggio.
Ecco il giovane che vestito di bianco in quel pomeriggio di primavera le sorrideva facendosi ammirare mentre la guardava estasiato.
Nei films di quegli anni le storie d’amore erano intense, i protagonisti belli e giovani e la vita non distruggeva mai l’amore vero.
L’incontro con Vinicio non era la scena di un film e non era in bianco e nero;lui esisteva veramente e c’erano tutti i colori, però si amarono subito, al primo sguardo, come nei film di quegli anni.
Il lunedì seguente lei scese dal tram alla stessa ora, lui era ancora a quel tavolo e si alzò per andare verso di lei.
“Mi chiamo Vinicio Di Matteo, mi consente di conoscerla?”.
Lui disse con fare garbato e rassicurante “Mi chiamo Flora Donati, sto andando a lezione di pittura e sono un po’ in ritardo”.
Lei rispose subito ostentando quel distacco nei confronti degli uomini imposto dai mille consigli materni. Ma il giovane non ne fu intimidito ed incalzò “In che tipo di pittura si cimenta?
Come puo’ essere capitato anche questo?
Io insegno all’accademia di belle arti, sono critico d’arte e scrivo su alcune testate nazionali.
Il suo maestro saprà perdonare se passerà qualche ora con me, di fronte a questo mare”.
Flora sorrise e la sua meravigliosa storia d’amore iniziava con la dolcezza di quegli occhi scuri in quel tepore di maggio.
Tornò a casa alla solita ora e col solito tram e, quando ne fu scesa, cominciò a correre come se la felicità di quel momento dei suoi 20 anni, fosse un motore che trainava il suo corpo slanciato.
Giunta al cancello, cominciò a scampanellare e i suoi due fratelli più piccoli, Lucio e Sandro, che giocavano a pallone, aprirono e la videro volare dentro casa senza che si fermasse, come al solito, nel roseto dove lei stessa coltivava rose gialle. Disse a gran voce: “Mamma, mamma, Dora, Enrica, dove siete, venite!”.
Elena, la madre lasciò il ricamo e le sorelle lasciarono i libri sul tavolo e accorsero: erano allarmate e stupite di fronte al volto sognante ed ilare di Flora.
La madre guardò gli occhi della sua prima figlia e comprese subito che tanta felicità, poteva arrivare solo da un amore appena nato.
Contenne la gioia che pure stava provando, nello schema imposto dal ruolo di madre che deve opporre prudenza e seriosità a quella voglia di volare che ogni donna sente prepotente in certi istanti della vita.
Intanto strinse a sé Flora che l’abbracciava mentre saltellava e diceva “vuole rivedermi, voglio rivederlo, ci incontreremo domani avanti all’Università, dimmi di sì mammina, dimmi di sì.

CAPITOLO II

L’auto arrivò avanti al cancello n. 18 e si introdusse nel parco fino al portone.
Flora scese avvertendo un sentimento desolato e complesso, fatto di amarezza, tristezza, delusione che, però non scalfiva minimamente la sua determinazione, il suo progetto minuzioso e preciso.
Salì i gradini dell’unico piano della casa, lesse il nome davanti alla porta “Dr. ANTONIO PIRONTI “ bussò e girò la maniglia sotto la targhetta con su scritto “AVANTI”.
Si introdusse, salutò la ragazza seduta dietro la scrivania.
La ragazza si alzò, facendola accomodare nella sala d’attesa.
Flora sedette sulla panca di quattro posti, tutti vuoti.
L’anticamera era in penombra, i suoi occhi si abbassarono sulla luce del diamante che per oltre mezzo secolo aveva brillato sull’anulare della sua mano sinistra.
Si sarebbe presto disfatta anche di quello pur di non lasciarlo in eredità.
Ogni cosa si può abbandonare quando si vuole: rimane, però, il ricordo legato alle cose e, a certi istanti lontani.
Flora rivide Vinicio con il piccolo astuccio blu fra le mani, mentre glielo porgeva dicendole: ” amore mio”.
Si sposarono nella primavera seguente a quella in cui si erano conosciuti.
Lei aveva lasciato l’Università preferendo credere, alle parole di lui “Sei un’artista Flora devi dipingere perché sai dare forma e colore a tutto ciò che provi”.
I primi successi le fecero capire che la sua strada era l’arte pittorica con lui sempre accanto.
A volte aveva paura di tanta felicità, di quel sublime appartenersi ed intendersi in un mondo fatto di arte, di artisti, di mostre, di mondanità.
Era bello ritrovarsi dopo i viaggi di Vinicio, era grande la gioia di riabbracciarsi e raccontarsi ogni cosa.
A Flora venne avanti agli occhi l’immagine di loro due a Parigi nel capodanno del ’50 quando lei aveva esposto dei quadri in un’ importante mostra.
Aveva sempre gelosamente custodito la foto scattata avanti al negozio di Cartier.
Non c’erano i colori su quella foto ma lei ricordava molto bene l’azzurro dei propri occhi, il biondo dei capelli, il bianco della lunga pelliccia che contrastava con il nero paltò di lui; Flora ne ricordava gli occhi scuri ed ardenti che infuocavano il volto deciso eppur dolce.
Era bello Vinicio, era bello l’amore con lui, era bello vivere ed averlo accanto.
Dopo tre anni dalle nozze Flora rimase incinta: nove mesi di attesa furono meravigliosi perchè lei conservò a lungo il suo corpo slanciato e sinuoso e non ebbe il benchè minimo malessere che le potesse impedire la splendida vita di coppia.
La sera, distesi sul letto, parlavano del bambino, ne immaginavano gli occhi, i capelli, la voce.
Vinicio avrebbe voluto una femmina con gli occhi di sua moglie.
Invece Flora avrebbe preferito un maschio uguale a Vinicio.
Intanto aspettavano l’istante più bello nella vita: il primo incontro col proprio bambino, la scoperta del suo volto, dei suoi occhi, delle sue manine.

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